Noi e l’orso: amiamo veramente la natura?




Questa domanda ci è venuta a seguito di dibattiti su uno dei temi di più stringente attualità e per molti casi divisivo: la presenza, la reintroduzione e la pericolosità dell’orso in ambienti vicini ai centri abitati della catena Alpina, soprattutto Trentino Alto Adige, e sulla gestione di quella che sembrerebbe per alcuni un’emergenza cui porre rimedio anche con misure drastiche, per altri una sorta di psicosi senza fondamento. Alcune delle osservazioni più rilevanti durante i discorsi sull’argomento sono state poste da  persone che vivono in zone montuose: “avrò il diritto di camminare in montagna con i miei figli senza dover avere paura dell’orso?”,  oppure “un animale estraneo come l’orso può convivere con l’uomo in zone antropizzate?”.  Quindi la natura, in questo caso l’orso, va amato, a patto che stia al suo posto in quanto avvertito come qualcosa di estraneo, sconosciuto, pericoloso. Eppure non è sempre stato così.

La storia delle relazioni tra l’uomo e questo animale affonda le radici in un passato lontanissimo. Probabilmente la più antica traccia di questo legame potrebbe risalire a circa 80000 anni fa, in una grotta (Regourdou), in cui una sepoltura neanderthaliana  è situata proprio accanto a quella di un orso bruno, sotto un’unica lastra (Bonifay, 2002). Da questo momento in avanti i nostri protagonisti  iniziano una stretta strada congiunta che si incrocia di frequente. Molte evidenze dimostrano che diverse caverne sono state frequentate a tempi alterni da uomini e orsi, in un legame strettissimo che toccava le primissime religioni: «alcuni studiosi di preistoria hanno pensato che la cosa fosse legittima e, collezionando testimonianze e confronti, hanno confermato l’esistenza di una religione paleolitica dell’orso, forse legata a specifiche tecniche di caccia, al deposito rituale del cranio e delle ossa dell’animale…» (Pastoreau, 2023, 37) Tanta importanza e una relazione “religiosa” con questo animale si trasmetterà nel mondo antico in maniera prorompente, sia nella cultura greco/romana, dove è associato alla grande dea della caccia, della luna, dei boschi e delle montagne, Artemide - associazione riscontrabile anche nel nome, dove la particella indoeuropea ART in tutta l’area dell’antica Grecia indica proprio l’orso, ARCTOS - tanto in quella germanica, dove l’orso era l’animale totemico per antonomasia, protagonista delle cerimonie religiose, dei riti di iniziazione, in cui i guerrieri dovevano trasformarsi per assumerne la forza, come i Berserkir. In tutta l’antichità «presso i popoli cacciatori […], l’orso non era un animale come gli altri. Non era soltanto il re della foresta, ma anche una creatura che stava a mezza strada tra il mondo degli animali, quello degli esseri umani e quello degli dei» (Pastoureau, 2023, 80). Furono proprio questa grande venerazione di cui era oggetto, i culti e le feste a lui dedicate in tutta Europa - tra tutte il 2 febbraio, tradizionalmente la fine del letargo e l’11 novembre, inizio del letargo - a segnare in qualche modo la sua parabola discendente. Tra tutte le creature viventi che dividevano le foreste medievali con l’uomo, la Chiesa Cattolica, nel tentativo di estirpare i culti pagani largamente diffusi, varò un ampio programma, durato secoli, di distruzione del rapporto uomo-orso. Molti padri della chiesa denunciavano, infatti «i giochi e le mascherate in cui alcuni uomini si travestivano da orsi o danzavano con gli orsi» (Pastoureau, 2023, 133), passando poi all’azione come dimostra «lo sforzo compiuto da San Bonifacio tra i Sassoni per sradicare nei loro costumi le tecniche rituali con cui i guerrieri mutuavano dall’orso, indossandone il manto, bevendone il sangue e mangiandone le carni, il “furor” selvaggio necessario alla battaglia» (Benvenuti, 2017, 294). Le strade percorse per detronizzare l’orso dal suo stato divino furono diverse e spesso seguite contemporaneamente. Innanzi tutto l’eliminazione fisica, con le grandi battute di caccia in tutta Europa in epoca carolingia decimarono la popolazione e spinsero questi animali ad allontanarsi dalle zone popolate, a salire di quota e a prendere abitudini notturne; in secondo luogo attraverso il potente mezzo delle agiografie vennero spesso riportate storie di Santi e Sante che addomesticavano questa bestia selvaggia rendendola mansueta e servizievole, sottolineando, quindi, la superiorità della fede in Cristo su questo animale ancora idolatrato. I padri della Chiesa costruirono un’immagine dell’orso associato al demonio: prima che prendesse le sembianze definite di mezzo uomo e mezzo capro - altro animale condannato dalla chiesa per la somiglianza alle divinità di Fauno e Pan - il diavolo spesso si presentava sotto forma di orso, un’associazione iniziata già da S. Agostino, per il quale «Ursus est Diabolus» (Agostino, 1819). Intanto le feste tradizionalmente dedicate all’orso venivano progressivamente sostituite con importanti celebrazioni cristiane, come il 2 febbraio, divenuto la Candelora. A questo proposito vale la pena ricordare che molti vescovi della Gallia «tentarono di sovrascrivere all’insieme dei riti e delle credenze che ruotavano intorno alla figura del “re della foresta il culto del “Megalo evangelizzatore” S. Martino» (Benvenuti, 2017, 297). Non a caso questo santo viene festeggiato proprio l’11 novembre e porta nel suo nome un chiaro riferimento all’orso con la particella ART che abbiamo già incontrato. Infine l’animale fu ridicolizzato, perché mentre le autorità religiose impedivano qualunque spettacolo con gli altri animali, tollerarono a lungo quelli con gli orsi addomesticati, ballerini, che scorrazzarono a lungo in tutta Europa al seguito di giullari, saltimbanchi, ammaestratori (Pastoureau, 2023). E quando anche la eco di queste esibizioni fu soltanto un ricordo, l’antica vicinanza con questo animale era svanita. L’orso era ormai stato scacciato dai centri abitati e relegato a sparute comunità in alta quota, nel folto dei boschi. Era diventato altro, una figura schiva con la quale raramente si entrava in contatto. Oggi l’orso «vive nei boschi vasti e in alta montagna. E’ solitario e territoriale, attivo specialmente di notte, soprattutto nelle zone in cui è stato perseguitato» (Pandolfi, Santolini, 2003, 286). E’ diventato un estraneo cui non siamo più abituati e che  spaventa, proprio perché non ne abbiamo più esperienza diretta, se non saltuariamente e in occasione di incidenti. In questo senso rappresenta perfettamente il nostro rapporto con l’ambiente naturale, che amiamo a patto che somigli quanto più possibile al contesto cui siamo abituati, quello urbano - e sì, anche coloro che vivono nei paesini di montagna vivono in un contesto urbano - ma la natura non è un parco pubblico e ha regole e rischi diversi, di cui si deve tenere conto. L’orso è uno di questi e va considerato alla stregua di una vipera, un albero che cade o un crepaccio. Anche il contesto in cui viviamo è pericoloso a suo modo e sicuramente le automobili mietono molte più vittime degli orsi: eppure nessuno pensa di eliminare tutte le automobili, oppure di rinchiudere gli automobilisti coinvolti in un incidente in assenza di colpa. Questo atteggiamento è ben illustrato dall’antropologo Jared Diamond (2013): «Tanto per cominciare, rinunciamo subito all’illusione di essere una società di individui perfettamente razionali e bene informati, che reagiscono ai pericoli in modo proporzionale alla loro gravità […] per questo tendiamo a sottovalutare i rischi che si corrono guidando un’auto, bevendo alcolici, fumando o salendo su una scala pieghevole: sono cose che facciamo convinti di poterle controllare». E’ lo stesso Autore a riferire l’esempio di una ragazza, Sabine Kuegler, cresciuta da genitori missionari tedeschi in una foresta, che era perfettamente in grado di tenere a bada i coccodrilli, ma una volta tornata in città era terrorizzata dall’attraversare la strada perché incapace di calcolare la velocità delle automobili (Diamond, 2013). Quando pensiamo all’ambiente naturale, portando avanti paure e timori, spesso sulla base dello scalpore mediatico che suscitano, dobbiamo considerare che «alla base dei nostri pregiudizi c’è un evidente terrore delle situazioni potenzialmente incontrollabili» (Diamond, 2013). Ma da dove nasce questo bisogno/illusione di controllo?

In uno studio (Johansson - Karlsson, 2011) condotto su 154 partecipanti si è tentato di indagare le caratteristiche psicologiche della paura dell'orso bruno e del lupo, facendo riferimento alla vulnerabilità cognitiva individuale, ovvero alla predisposizione che ognuno di noi ha a sperimentare determinate sofferenze psicologiche a seconda dei propri schemi di pensiero, delle proprie convinzioni e dei propri atteggiamenti rispetto ad alcuni fattori di rischio. I risultati hanno messo in luce che l'esperienza soggettiva della paura era principalmente legata alla percezione del pericolo o del danno percepito che l'animale può rappresentare, ma soprattutto alla percepita incontrollabilità della risposta della persona stessa quando incontra un animale. Per ridurre la paura rispetto ai carnivori, allora, sembrerebbe utile lavorare più sulla consapevolezza delle proprie reazioni emotive, piuttosto che imparare di più sul comportamento degli animali in questione. 

L’evoluzione ci ha dotato di sofisticatissimi sistemi di risposta emotivo-corporei alla paura: essi scattano in modo automatico di fronte a un pericolo e ci preparano a un’ottimale risposta di attaco-fuga a seconda delle condizioni che ci troviamo di fronte. Le medesime reazioni si trovano negli animali. Ora, sebbene molti meccanismi legati alle emozioni rispetto alla fauna selvatica siano ancora da esplorare, va sottolineato che invece le nostre credenze cognitive e valoriali possono influenzare molto l’atteggiamento che abbiamo nei confronti degli altri esseri viventi. 

Nelle sue ricerche Kellert (1976, 1996; cit. in Jacobs - Vaske - Teel - Manfredo, 2019) ha individuato nove atteggiamenti possibili:

  1. Utilitaristico: la fauna è vista nell’ottica dello sfruttamento;

  2. Naturalistico: la fauna va esplorata per esperienza diretta;

  3. Scientifico-ecologico: la fauna va studiata anche in relazione all’ambiente;

  4. Estetico: la fauna è valutata esteticamente bella e quale elemento da cui ci sentiamo attratti;

  5. Simbolico: la fauna è utilizzata per il linguaggio e il pensiero;

  6. Umanistico: la fauna è vissuta con un forte attaccamento;

  7. Moralistico: la fauna è percepita con reverenza spirituale e preoccupazione etica;

  8. Dominante: la fauna è percepita come qualcosa da dominare;

  9. Negativistico: la fauna è percepita come qualcosa da temere.

Gli orientamenti valoriali che si registrano rispetto alla fauna selvatica sembrano avere una implicazione rispetto al modo in cui la percepiamo e la consideriamo: le persone con un orientamento valoriale di dominazione, valutano gli animali come esseri viventi che vanno gestiti a beneficio e vantaggio dell’uomo; coloro che hanno un orientamento di mutualismo vedono la fauna selvatica come parte di una famiglia allargata di cui prendersi cura e con gli stessi diritti dell’uomo. 

Sta quindi qui la risposta alla domanda di cui sopra. No, non abbiamo il “diritto” di andare in natura tranquilli come se fossimo nel parco pubblico di una città, perché l’ambiente naturale non è una città e ha pericoli diversi, meno familiari, ma non più letali. E’ necessario, in qualche modo, accettare l’incontrollabilità dell’ambiente naturale ed entrare nella predisposizione d’animo che non potremo prevedere tutto, che saremo esposti a dei rischi e che dovremo sforzarci di comprendere  come minimizzare il pericolo, come cogliere segnali di allarme. Lo facciamo ogni giorno, in un altro contesto, con altri pericoli e altri segnali. Se la risposta all’ambiente è la volontà di ridurlo a qualcosa di domestico e rassicurante, di “urbano”, allora no, non amiamo la natura, ma al massimo siamo legati a una sua rappresentazione astratta. Imparare a “leggere” il linguaggio della natura è il primo passo per muoversi in questo ambiente così diverso. Soprattutto abbandonare l’illusorio aggrapparsi a un ambiente rassicurante che viene quotidianamente instillato dalla società contemporanea. La sensazione fallace di avere tutto sotto controllo, che dalla scuola alla televisione viene assunta a religione. L’area grigia intorno a noi, al di fuori della zona di comfort è spesso considerata qualcosa di sgradevole e negata. In effetti «uccidendo l’orso, suo parente, suo simile, suo primo dio, l’uomo ha ormai da tempo ucciso la sua stessa memoria e ha ucciso, più o meno simbolicamente, se stesso»  (Pastoureau, 2023, 363) o per lo meno quella parte più istintiva e meno aggrappata alle sicurezze. E’ qui l’origine di tante ansie delle società moderne: la contraddizione tra una società che ci fa credere di essere al sicuro, quando non lo siamo mai del tutto. E l’ambiente, con i suoi rischi e pericoli, spesso alieni e indecifrabili, può insegnarci tanto sulla capacità di gestire l’incontrollabile e di accettarlo.




Bibliografia


Abel O., Animali del passato, Mondadori, Milano, 1942.

Agostino, Sermones, appendix sermo 37, ma anche Sermones, XVII, 37, in Patrologia Latina, 39, col. 1819.

Benvenuti A., Il Santo, il saltus e l’Orso, la desacralizzazione cristiana della natura, in Nelli R. (Ed.), L’orso, il simbolo, la tradizione, la storia, Libreriauniversitaria.it Edizioni, Limena,2017, pp. 289-302.

Bernadac C., Le premier dieu, Michel Laffon, Neuilly sur Seine, 2000. 

Bonifay E., L’homme de neandertal et l’ours (Ursus arctos) dans la grotte du Regourdou, in Tillet, Binford  (Ed.), L’Ourse et l’Homme, Universitè de Liege, Liege, 2002, pp 247-54.

Diamond J., Il mondo fino a ieri, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2013, edizione Kindle.

Johansson M. - J. Karlsson, Subjective Experience of Fear and the Cognitive Interpretation of Large Carnivores, in «Human Dimensions of Wildlife», (2011) 16, 15 - 29.

Kuegler S., Figli della giungla, Corbaccio, Milano, 2005.

Leroi-Gourhan A., Le religioni della preistoria, Rizzoli, Milano, 1970.

Levi-Strauss C., Il pensiero selvaggio, Il Saggiatore, Milano, 1964.

Pandolfi, Santolini, 300 piante, fiori e animali che ognuno deve conoscere, p. 286, Franco Muzzio Editore, Verbania, 2003.

Pastoureau M., L’orso, storia di un re decaduto, Mondadori, Milano, 2023.


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