La natura, il tempo e S. Agostino



Nel mondo dell’escursionismo spazio e tempo sono strettamente correlati. Anzi, si può affermare che sia lo spazio ad essere il protagonista principale delle nostre interazioni con la Natura. Più che lo spazio, potremmo dire la distanza. Quando si conduce un’escursione, un dato imprescindibile per l’utenza è: "quanti chilometri percorreremo?". Un dato che si dovrebbe fornire con una certa reticenza. L'informazione del chilometraggio è spesso un feticcio anche per escursionisti esperti e navigati, nonché di tantissime associazioni più o meno importanti che navigano nel mare magnum della natura. Ma siamo sicuri che quantificare lo spazio, la distanza abbia veramente valore nel contesto naturale? La predominanza dei chilometri ha in qualche modo fatto la sua scalata insieme all’affermarsi dei navigatori satellitari, siano essi strumenti specifici o applicazioni sullo smartphone. Prima di questi c’erano (e ci sono ancora, per fortuna), le mappe. Non staremo qui a ribadire che il navigatore non potrà mai sostituire la capacità di leggere una carta - questo dovrebbe essere lapalissiano - ma semplicemente ricordare come i due criteri, tempo e distanza, siano imprescindibili. Con un semplice (e molto approssimativo) calcolo si può risalire dalla distanza al tempo che ci si può impiegare a percorrere un determinato tratto. In teoria sarebbe sufficiente calcolare 1 ora per ogni 4 km di cammino e aggiungere un quarto d’ora ogni 100 metri di dislivello. Perché, allora, parlo di questo calcolo? Perché introduce un argomento fondamentale: l’approssimazione. Un conteggio di questo tipo vi dirà più o meno quanto impiegherete a percorrere quel pezzo del tragitto, in una logica distantissima dalla precisione quasi assoluta dei dispositivi in dotazione. Quasi tutte le indicazioni sui sentieri non riportano il chilometraggio, ma il tempo (rifugio X 2h). Questo perché in realtà la prospettiva va sovvertita. In natura ad avere priorità su tutto non è la distanza, ma il tempo, inteso come la porzione di giornata che serve per andare da un punto A a un punto B. Sapere quanto dista in termini chilometrici, in realtà dice poco, anzi pochissimo. Sapere quanto impiegherete vi dirà se arriverete prima di notte, se potrete percorrere quel tratto in un solo giorno, se sarete in grado di camminare tutte quelle ore senza accasciarvi al suolo. E qui arriva la seconda domanda che sarebbe bene sviare: "a che ora finisce l'escursione?" Già perché andare in natura ha una scadenza per molti. Anche il tempo diventa, al pari della distanza, un tiranno che ci strappa dal vivere appieno l’esperienza-natura. L’aria aperta, la montagna, il bosco sono luoghi dove per definizione il tempo si dilata, scorre più lentamente, si deforma per allontanarci dai ritmi cadenzati e spesso voraci della nostra vita. Per questo quell’approssimazione nei tempi ha un valore catartico di rinascita. Ci riavvicina a ritmi che sono stati naturali per la nostra specie per millenni. Ritmi che parlano non di minuti, ore, ma di soli, lune, stagioni. Questo era il massimo grado di specificità temporale, perché i ritmi in natura non possono essere gli stessi della città, altrimenti non stiamo vivendo un’esperienza, ma solo passando per un luogo. A livello biologico anche il nostro ritmo interno è regolato dall'alternarsi della presenza della luce o del buio: i ritmi circadiani - il termine introdotto da Franz Halberg (1969), deriva dal latino circa diem e significa appunto "intorno al giorno" - sono caratterizzati, nell'essere umano, da un andamento calibrato sulle 24 ore. Questo orologio biologico interno regola alcuni processi vitali, come il ritmo sonno-veglia, la secrezione di alcuni ormoni come il cortisolo, la variazione della temperatura corporea. Oltre ai ritmi scanditi dal corpo sulla base dell'alternanza luce/buio, esistono anche delle variazioni a livello settimanale, mensile e annuale. 
L'aspetto del tempo diventa allora qualcosa da considerare quando proponiamo o viviamo esperienze di connessione in natura. Esso può essere un buon alleato per creare nuove consapevolezze, sia a livello cognitivo, che emotivo.  Un interessantissimo filone di ricerca si sta occupando di esplorare la "consapevolezza soggettiva del tempo", ovvero la cronestesia (Tulving 2002).  Essa può essere definita come la consapevolezza che consente a un individuo sia di pensare il tempo soggettivo che sta vivendo, sia di "viaggiare" mentalmente all'interno di quel tempo. A livello neurocognitivo la percezione temporale sembra legata a diverse funzioni, quali ad esempio la memoria (il ricordo) e le funzioni esecutive (pianificazione futura). A livello biochimico lo stato in cui versano corpo e cervello, sembra influire in modo determinante sulla percezione del tempo: l'attivazione dei circuiti dopaminergici, ad esempio, ha un forte impatto su come valutiamo che stia trascorrendo il tempo, dando la sensazione che esso trascorra più velocemente. Gli stessi circuiti si attivano anche durante stati di abuso di sostanze o, purtroppo, di fronte a un'attività che ormai pervade le nostre vite: l'uso di dispositivi elettronici. Una delle sfide che ci si potrebbe porre durante un'escursione in natura potrebbe essere quella di attivare questi circuiti attraverso un'esperienza che generi una dipendenza da un'attività più benefica dell'abuso di sostanze o di cellulari e tablet. 
Per quanto concerne gli aspetti emotivi, essi sembrano strettamente correlati alla nostra percezione dello scorrere del tempo: quando stiamo bene e ci divertiamo, la giornata sembra trascorrere con ritmi più elevati, rispetto a quando ci annoiamo o siamo tristi. Sebbene i meccanismi neuronali dell'influenza emotiva sulla percezione del tempo non siano ancora del tutto chiari, gli aspetti che sembrano entrare in gioco sono quelli dell'eccitazione e dell'attenzione. Ad esempio quando vediamo espressioni facciali e corporee che richiamano la paura, si assiste a un'accelerazione della percezione dell'orologio interno degli individui (Droit-Volet - Gil, 2016).
In quest'ottica un escursionista non dovrebbe vantarsi di averci messo poco tempo per percorrere tanti chilometri: il suo maggior successo sarebbe quello di fermarsi, smettere di guardare l'orologio per arrivare/fare/raggiungere e immergersi in un contesto dove tutto scorre con modi e ritmi che abbiamo dimenticato. La cultura sembra, infatti, incidere anche sul nostro modo di concepire il tempo: mentre in popolazioni a carattere agrario, il tempo è concepito più in un'ottica di ciclicità e ripetitività, in quelle occidentali il tempo è vissuto con un andamento lineare, progressivo e mai ripetitivo (Helman, 2005). In un libro che ha ormai fatto storia in ambito naturalistico, Luigi Boitani (1989, 11-12) dice: «C’è un facile esercizio per misurare la vostra capacità di rilassarvi in natura e nello stesso tempo per coltivarla e aumentarla: sedetevi su un masso o ai piedi di un grande albero in un bosco e misurate il tempo che riuscite a stare attento e interessato a quanto accade accanto a voi. Non forzate la mano, siate sinceri e ammettete anche di essere inquieti e annoiati dopo solo due minuti, ma sappiate che un vero osservatore della natura non si stanca nemmeno dopo ore». Ecco, il prossimo passo è smettere di misurare anche il tempo, ma vivere il presente. In effetti non c’è luogo più adatto dell'ambiente naturale in cui sperimentare quella particolare disposizione mentale che oggi viene chiamata Mindfulness (cfr. Siegel, 2009) o altre pratiche che insegnano o aumentano le competenze di riflessione: «le concezioni emergenti sul funzionamento del cervello rivelano che le reti neurali responsabili del mantenimento e della focalizzazione dell'attenzione sull'ambiente sembrano alternarsi con la cosiddetta "modalità di default" delle funzioni cerebrali (DM - Default Mode), che viene spontaneamente indotta durante il riposo, il sognare a occhi aperti e altri stati mentali attentivi che si hanno da svegli. [...] le persone con una forte connettività durante la DM, a riposo, hanno un punteggio più alto nelle prove di abilità cognitiva, come il pensiero divergente, la comprensione della lettura e la memoria» (Immondino-Yang - Christodoulou - Singh, 2017, 44). Quindi i contesti naturali possono essere un buon contesto in cui concedersi uno spazio di riflessione attivo e libero circa noi stessi e rispetto al mondo che ci circonda. Qui il tempo cessa di scorrere secondo i ritmi urbani e diventa altro, tende a sgretolarsi. In effetti lo scorrere del tempo come noi lo conosciamo è una costruzione del tutto umana. Questo è un problema già affrontato secoli addietro da tantissimi pensatori e non solamente orientali. All’alba del cristianesimo S. Agostino (2010, 326), autore di pagine tra le più belle della filosofia e della letteratura mondiale, aveva provato a sondare l’inconsistenza della nozione umana di tempo: «due, dunque di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono, dal momento che il primo non è più, il secondo non è ancora?». Per risolvere questo dilemma si affida alle umanissime capacità di astrazione, «un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. […] Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa» (S. Agostino, 2010, 331). Ed infatti, come ci insegnerebbero nei migliori corsi di mindfulness, alla fine il tempo si risolve tutto nel famoso detto qui e ora, nel presente, dal momento che «vi è solo il presente, poiché gli altri due [tempi] non esistono» (S. Agostino, 2010, 329). Ed è per questo che rapportarsi con il mondo naturale significa prima di tutto spogliarsi delle vestigia (troppo umane) che ci fanno rimuginare sul passato e proiettarci nel futuro. Un bosco, una vetta, un crinale hanno la capacità curativa di distoglierci da questi pensieri e di riportarci in una dimensione temporale unica: il presente. Ma bisogna accogliere dentro di noi questa attitudine, interiorizzarla e viverla, sentire che realmente, fuori dalle nostre case e città il tempo non esiste.
Quanti chilometri bisogna fare o, ancora meglio, quanto tempo staremo in natura? Segnate su quaderni distanze e percorrenze, vantatevi pure di averci messo mezz’ora meno del cartello indicatore. Tutto questo non esiste. Esistono solamente un corpo, una mente, un luogo e tutta l’infinità che quel momento contiene.


Bibliografia

S. Agostino, Confessioni, Arnoldo Mondadori Editore, Cles, 2010.

L. Boitani, Le tracce raccontano, Giorgio Mondadori & Associati Editori, Beverate di Brivio, 1989.

Droit-Volet S. - S. Gil, The emotional body and time perception, in «Cognition and Emotion», 30 (2016) 4, 687-699.

Halberg F., Chronobiology, in «Annual Review of Physiology», 31 (1969), 675-726.

Helman C.G., Cultural aspects of time and ageing. Time is not the same in every culture and every circumstance; our views of aging also differ, in «Science & Society», 6 (2005) Special Issue 1, 54-58.

Immondino-Yang M.L. - J.A.Christodoulou - V. Singh, Il riposo non è ozio. Le implicazioni del cervello a riposo sullo sviluppo umano e sull'educazione, in Immordino-Yang M.H. (Ed.), Neuroscienze affettive ed educazione, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2017, 43-68.

Siegel D.J., Mindfulness e cervello, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009.

Tulving E. (2002), Chronesthesia: Conscious awareness of subjective time, in D.T. Stuss - R.T. Knight (Eds.), Principles of frontal lobe function, Oxford University Press, 311-325.


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